Dal silenzio insulare
al simbolismo di Gaudì

L'opera di Angelo Ziranu ricompone il mosaico architettonico della Sagrada Familia.

C'è un filo sottile che percorre paesaggi, culture, saperi tramandati nel tempo. Un filo che oltrepassa il silenzio di un'Isola e si estende sulle rotte del mare, unendo meridiani, persone, simboli e segni che codificano linguaggi: quello dell'arte, anzitutto, e quello della conoscenza, che valica saperi e differenze, e mette insieme gli estremi secondo un approccio di armonizzazione continua. Se dovessimo raccontare la storia di Angelo Ziranu, la sua passione, il suo pensiero progettuale, dovremmo seguire l'evolversi di questa magica fabula per capire cosa abbia portato un ingegnere-architetto di Orani a far parte del team di professionisti impegnati nel completamento della Sagrada Familia: il vessillo architettonico di Antoni Gaudí.

Di certo, nel caso di Ziranu, non è soltanto il traguardo a spiegare la bellezza di questa storia – la capacità, l'uso combinatorio delle competenze, la visione, sono le pietre fondanti del suo talento – ma è, semmai, l'etica culturale a riempire di significati il suo valore internazionale. Un melting point di multidisciplinarietà capace di creare ponti e connessioni multiculturali.

Angelo Ziranu, un sardo alla Sagrada Familia

Dal cuore dell'entroterra sardo al simbolo dell'architettura catalana, la Sagrada Familia. Qual è il percorso che unisce questi due mondi?

La possibilità di inseguire un sogno, di metterlo in rapporto con la propria formazione, con la sensibilità dei territori, con tutto quello che i luoghi ci raccontano. È questo lo spirito che mi guida: l'architettura come missione, come veicolo di crescita umana e culturale.

Inizia tutto da qui. Un percorso che mette insieme i miei studi in Ingegneria Edile, la laurea conseguita a Cagliari, poi quella in Architettura, ma anche le mie prime lavorazioni tra Nuoro e Orosei, e poi la svolta a Roma, dove prendo parte con un assegno di studio della Regione Sardegna ad un Master di secondo Livello in Progettazione liturgica, alla Facoltà di Valle Giulia. Qui, poi, arriva lo stage di un anno alla Sagrada Familia, e con grande sorpresa l'incarico di seguire il restauro delle sette torri absidali della cattedrale, oltre agli interni che poi saranno consacrati da Benedetto XVI nel 2010.

Dunque un sogno.

Sì, un sogno. Che richiede responsabilità, capacità di immergersi in un mondo nuovo. Ma anche qualcosa in più: direi la possibilità di coniugare il patrimonio teorico acquisito negli anni con la capacità di lavorare in team. Questo soprattutto, mettere insieme le proprie competenze con quelle degli altri. Credo sia determinante oggigiorno.

La storia di Angelo Ziranu, architetto nuorese alla Sagrada Familia

Per certi aspetti si tratta anche di un processo di contaminazione.

Lo è. Ma è anche la possibilità di conoscere di più, esplorare in continuazione. Faccio un esempio: attraverso l’esperienza nella Sagrada Familia ho capito meglio cos’è la geometria descrittiva, ho approfondito nuovi modelli di progettazione informatica, sono entrato in contatto con un’opera, come la Sagrada Familia, che di per sé è metafora assoluta di un incontro polifonico di discipline. La matematica, l’architettura, il disegno, la geometria diventano protagoniste di un solo mosaico compositivo, lo fanno nella loro forma più estrema e più articolata, ma con un calcolo preciso che tende sempre all’armonia. Ecco, questo raffigura una grande metafora di contaminazione.

Una visione che oggi diventa attualissima per rifunzionalizzare il ruolo dell’ingegnere.

Ha detto bene: visione. Oggi un ingegnere, al pari di un architetto, deve farsi interprete di una visione creativa degli spazi. Deve mettere in relazione mondi, deve saper guardare dentro la stratificazione storica. Anche in questo caso l’esempio della Sagrada Familia ha un valore importante. Quando muore Gaudì una parte dei suoi modelli progettuali vengono frantumanti, oggi il lavoro che si sta portando avanti è anzitutto un lavoro di ricerca e di riscoperta della sua architettura. Quindi uno straordinario processo di rilettura del passato e, allo stesso tempo, un’immersione nell’arco evolutivo di Gaudì, della sua crescita nel tempo. 

In questo senso possiamo parlare di una forte vocazione multidisciplinare.

Decisamente sì, intendendo per multidisciplinarietà la possibilità di cambiare paradigma, essere disponibili al cambiamento, quindi metterci in rapporto a nuovi elementi di analisi. Sono questi i confini su cui occorre lavorare.

La storia di Angelo Ziranu, architetto nuorese alla Sagrada Familia
L’Architettura che ascolta le comunità, che si integra con i bisogni del paesaggio

Come si restituisce tutto questo in Sardegna?

Io credo che oggi sia necessaria soprattutto una cosa: investire nella cultura dell’eco-sostenibilità. Chi progetta deve saper curare questo aspetto, riducendo gli sprechi, intervenendo sui dettagli, ottimizzando gli spazi. La qualità nasce da qui. E in Sardegna, per troppo tempo, sono stati costruiti centri urbani distonici rispetto all’ambiente e alle persone, lontani dalla nostra radice architettonica.

La strada qual è?

Le opere che pensiamo, le opere che costruiamo sono l’esito di un processo di ascolto fra chi progetta e chi vive il territorio. Questo significa che nella fase di ideazione, seppur libera da vincoli di contenimento espressivo, la conformazione spaziale deve razionalizzarsi e plasmarsi con l'opera nel rispetto di un modulo sostenibile, armonizzata in ogni sua componente, dunque, essere edotta nel rispetto del suo tempo, ma anche istruita e predisposta per l'autogestione, abilitata a rispondere alle esigenze che la accompagneranno nel suo futuro percorso di servizio per l'uomo.

Potremmo parlare di un vero e proprio umanesimo architettonico?

Si. Senza questi passaggi non ci può essere un’opera di livello, un’opera capace di attraversare il tempo. Un ingegnere, un architetto, debbono sviluppare linguaggi e codici di interazione col territorio, con le sue persone, con le sue emozioni, con tutto quello che i luoghi ci dicono. Bisogna sapere penetrare dentro un paesaggio per poterlo progettare e cambiare.