La grammatica dell'innovazione,
lo sguardo rivolto al cambiamento.

I territori rinascono da un nuovo approccio culturale.

A ventinove anni si può essere portatori di visioni e di futuro, convinti che il miglioramento professionale nasca, anzitutto, da una radice culturale ed etica, da un sentimento responsabile di progresso.
La storia di Matteo Contu ce lo rivela evidenziando una dichiarata volontà di apertura, un'ibridazione capace di reinventare metodologie, percorsi progettuali, legami fra professionisti e soggetti amministrativi.
La regola è: "imparare a lavorare insieme". Che in sé significa spinta alla crescita, ma anche rivoluzione antropologica in un territorio, come quello sardo, dove la vocazione alla cooperazione non sempre è stata convinta e sospinta. Eppure, l'orizzonte del cambiamento non può che nascere da qui: dalla complementarietà delle esperienze, dal saper incastrare originalmente l'intelligenza dei territori e quell'enzima di efficienza che vive nelle tante startup nascenti. Perché il futuro inizia da qui.

Matteo Contu, come nasce il tuo percorso?

Nasce da uno spiccato orientamento allo studio e alla formazione, fin da piccolo. Con un'attitudine per gli aspetti pratici e tecnici che, conclusa la straordinaria esperienza ai Salesiani, mi ha portato alla scelta di Ingegneria, in ambito industriale e specificamente elettrico.

Come è andata?

È stata una carriera universitaria importante, approdata ad un lavoro di tesi specialistica e sperimentale sui Sistemi di monitoraggio dei grandi impianti fotovoltaici, una lavoro che mi ha permesso di portare avanti una ricerca all’interno di un progetto che ha coinvolto la Facoltà di ingegneria elettrica, un’università tedesca e una grossa multinazionale, anch’essa tedesca.

Quindi, fin dall'inizio, una forte propensione all'internazionalizzazione

Sì, direi soprattutto l’opportunità di interfacciarmi con mondi diversi e diverse mentalità. La cooperazione è un valore fondante nella mia professione. E credo sia necessaria per garantire crescita e qualità.

La propensione all'internazionalizzazione

In contraltare c'è la burocrazia. Che peso ha avuto finora nel tuo percorso?

È una realtà che finora non ho ancora vissuto in prima persona. Il mio cammino professionale, infatti, mi ha visto dapprima impegnato in un progetto localizzato nel Medio Oriente, e successivamente in Terna Rete Italia, Società del Gruppo Terna che si occupa dell’esercizio, della manutenzione e dello sviluppo della Rete elettrica di Trasmissione Nazionale. In qualità di coordinatore della Commissione Giovani dell’Ordine degli Ingegneri di Cagliari, so bene quanto la burocrazia possa influenzare il percorso di un professionista e, ancora più, lo sviluppo di un progetto.

Si può individuare una prospettiva di soluzione?

Credo che il punto nodale sia la capacità di cambiare approccio, e cioè trovare nuovi linguaggi, nuovi punti di vista. Direi, più apertamente, contaminare gli aspetti burocratici con metodologie innovative.

Quanto conta, se conta, l’efficienza in questo processo?

Tantissimo. L’efficienza è un elemento chiave: è la possibilità di ottenere un risultato progressivamente migliore rispetto a quelli precedenti, ma con un dispendio di energie più equilibrato e ottimizzante.

Come si traduce nel concreto?

Individuando nuove strade operative, costruendo sinergie, dinamiche di condivisione, possibilità di complementarietà progettuale e professionale che migliorino processi e risultati. Naturalmente questo è fattibile solo se si favorisce l’incontro fra esperienze diverse e nuove conoscenze.

Occorre dunque un rafforzamento della rete.

Esatto. Le reti favoriscono apertura, facilitano la crescita. Non possiamo più ragionare per compartimenti stagni, la missione è: imparare a lavorare insieme.

Il territorio sardo fa rete?

C’è di sicuro uno sforzo in favore della sinergia. Io stesso ne sono testimone e partecipe all’interno dell’OIC. La difficoltà maggiore però sta nel trovare una partecipazione attiva, e non soltanto formale. Professionisti, quindi, che vogliano davvero dedicarsi ad un modo nuovo di operare.

Arbatax, Sardegna

L'esempio della Città Metropolitana va in questa direzione per certi aspetti. In che modo si concilia con la professione dell'ingegnere?

Credo che la strada sia all'inizio. Quello che conta però è l’obiettivo, ovvero migliorare e superare i confini amministrativi. Certo, serve una cabina di regia istituzionale, ma quello da cui non si può prescindere è l’apertura.

A proposito di apertura. La Sardegna in passato è stata pioniera di importanti rivoluzioni tecnologiche. Siamo ancora in grado di farci portatori di questo progresso?

Rispetto a vent’anni fa, oggi, viviamo un contesto totalmente diverso, eppure credo che, ancora oggi, ci siano tutti gli elementi utili per fare innovazione. Il territorio sardo ha la capacità di adattarsi, di proporre nuovi modelli culturali e tecnologici. L'esempio è quello delle tante startup nate in questi ultimi anni: realtà virtuose che esprimono potenzialità ancora inesplorate e portatrici di futuro.

Cosa significa oggi fare l’ingegnere a soli 29 anni?

Significa responsabilità. E non solo. Significa la consapevolezza che la nostra professione produce effetti sulla società e nel vivere quotidiano. Per questo occorre un costante aggiornamento della realtà, uno studio ed un legame col territorio. È una sfida importante, che mi spinge a crescere.